cosenza in sillabe

Prologo e narrazione della Città Vecchia, tra architettura e paesaggio, impianti urbani e tipologie edilizie. E i suoi dintorni, "un fondale paesaggistico modellato di rilievi, valloni, corsi d’acqua e pendici nel quale esistono ancora valenze ambientali meritevoli di tutela"

Nuovi percorsi Urbani

di Mimmo gimigliano | 10 Maggio2020

Cosa significa leggere?

Dalle varie accezioni contenute nel “Grande dizionario della lingua italiana” di S. Battaglia:

Scorrere con la vista ciò che è scritto, in modo da distinguere i suoni rappresentati dalle lettere, per unirli poi in sillabe, in vocaboli o in frasi che contengano un significato preciso.

Cosa intendiamo per “Leggere la Città”?

Significa esattamente quello che dice il dizionario, con un’unica precisazione: “distinguere gli elementi rappresentati dai granelli materiali come le pietre o da quelli immateriali come briciole di spazio o di vita o di memoria, per unirli in muri, architettura, tessuto urbano, ma anche in episodi, racconti, storia”. E trovarne il significato, o i significati.

Mi piace indicarne due possibili, di significati.

  1. Paul Ricoeur, filosofo francese, in “Leggere la città”, quattro testi che si basano sul parallelismo tra racconto, architettura e urbanistica, sostiene che entrambi, narrativa e architettura, hanno la capacità di “creare memoria”.

“Leggere” la città significa dunque creare “luoghi di memoria”, da connettere nel tempo (narrativa) e nello spazio (architettura), a partire dall’intorno immediato dell’uomo.

  1. Ma la città è anche altro: è quel luogo dove gli individui possono svolgere, insieme, tutte quelle funzioni che da soli non potrebbero svolgere.

La città, dunque, in funzione dell’uomo. Leggerla, significa leggere le strade, i vicoli, le piazze, le case, gli usi, le tradizioni, le criticità, le piccole storie quotidiane e come tra loro questi elementi si legano e come essi funzionano.

A Cosenza il “luogo di memoria” è il suo centro storico, Cosenza Vecchia, che ha accolto per secoli e millenni, assieme al suo territorio, lo scorrere del tempo e delle generazioni mantenendo le caratteristiche dell’antica terra dei Brezi, l’ager bruttius dei Romani, fino al repentino assalto finale che, non riuscendo a distruggerlo, lo ha abbandonato a se stesso.

I due fiumi con la loro confluenza ne costituiscono il più forte e radicato elemento storicamente identificativo, la ragione stessa per cui questa città fu edificata, quando “i fiumi costituivano una risorsa, prima di diventare un problema”, come fa notare il mio amico Francesco De Filippis, ingegnere esperto di fiumi.

Costituiscono, al contempo, la logica della sua forma urbana e, soprattutto, del suo ruolo territoriale.

E’ lì, a Cosenza Vecchia, che rintracciamo quei “granelli materiali” e quelle “briciole di spazio e di vita” che si uniscono in architettura e paesaggio per diventare narrazione.

E lì noi rimarremo col nostro racconto, nella città circondata dai sette colli, quasi tutta sul Crati, che “si dispiega sul Pancrazio e sul Triglio e parte di essa sulla sinistra del Busento, nel piano che ora ha nome dei Revocati”, ….. che “prese nome dagli Dei Consenti o dal consenso dei popoli circostanti che la riconobbero capitale della regione, onde fu detta Caput Brutiorum”, come sostiene Nicola Misasi ne “LE CENTO CITTà D’ITALIA - Supplemento mensile illustrato del SECOLO” - Milano, maggio 1897 - prezzo di ogni numero 10 centesimi (di Lire).

Narrazione, prologo

Diamo intanto una lettura generale, come dire, il prologo della nostra narrazione.

Cosenza è un “complesso di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale” ovvero una “bellezza panoramica considerata come quadro naturale”, fate voi: è l’art. 1 della legge del 1939 sulla “Protezione delle bellezze naturali” (la 1497, per chi avesse la curiosità di approfondire), ed è anche la lettura che ne hanno dato il Ministero della Pubblica Istruzione nel 1969 e il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali nel 1992.

Essi infatti, con due distinti decreti, proprio sulla base di quelle caratteristiche, ne hanno dichiarato e confermato il “notevole interesse pubblico” e l’hanno sottoposta a tutela. 

E i suoi dintorni? Costituiscono un “fondale paesaggistico modellato di rilievi, valloni, corsi d’acqua e pendici nel quale esistono ancora valenze ambientali meritevoli di tutela”.

Come lettura generale (sancita dallo Stato), non c’è male.

E i suoi antichi progenitori? Cito ancora Nicola Misasi.

“Da chi Cosenza sia stata edificata non si sa con certezza”: forse dagli Enotri, forse dagli schiavi affrancati dei Lucani che verso il 365 a.C. conquistarono la Rocca Bruzia dagli africani di Agatocle venuti dalla Sicilia. Certo è che “i più fieri nemici di Agatocle furono i Bruzi, i quali erano molto potenti e ricchi”, circostanza che gli fa affermare che “da gran tempo [i Bruzi] certo avevan sede a Cosenza”.

Vista dal tiburio del Duomo

I luoghi di memoria

Il primo capitolo della nostra narrazione è invece dedicato alla lettura del tessuto urbano, quello che deve connettere i luoghi di memoria nel tempo e nello spazio.

I nodi nel tempo sono tre:

  1. L’insediamento, cioè il passaggio tra la fase del territorio (fruibile attraverso i percorsi) e la fase della stanzialità, che riguarda invece la distribuzione di poli aggregativi (dapprima poderali, poi urbani).

  2. La formazione di relazioni, che l’uomo stabilisce con il suo territorio, e il conseguente sviluppo di una “aggregazione culturale” e di una “identità”.

  3. Lo sviluppo delle relazioni reciproche e con il mondo esterno, che al territorio fanno sempre riferimento e con esso si confrontano e di esso si connotano, sviluppo che sfocia in una “aggregazione urbana” più definita e più specializzata, fino allo sviluppo della città propriamente detta (siamo nel IV secolo a.C.).

È da questo terzo momento che può iniziare il racconto del tessuto urbano. Prima, è archeologia.

È da questo momento che il “tipo edilizio” diventa l’elemento costitutivo della struttura urbana, non libero come prima, ma condizionato sia dalla presenza degli edifici contigui sia dal sistema viario e dalle reciproche connessioni che regolano l’aggregato. Un tessuto urbano.

L’impianto urbano consegue al fatto che più forme aggregative si relazionano mediante “polarizzazioni”:

  • l’elemento urbano supera la sua specificità e si organizza in sistema;

  • si stabilisce una forte concatenazione tra le tipologie edilizie, il sistema delle connessioni e delle polarizzazioni e le modalità del loro “uso”, cioè l’identità da culturale diventa “urbana”.

Si stabilisce così la connessione tra racconto e architettura, tra tempo e spazio.

È davvero difficile, a Cosenza, raccontare i luoghi di memoria in modo completo attraverso la lettura del tessuto urbano: sono pochi e sporadici i granelli materiali e le briciole di spazio o di vita relativi a molti secoli di storia.

E tuttavia essi sono sufficienti a rendere visibile, sotto quello medievale e definitivo, l’originario impianto bruzio e il succedaneo (e talvolta contiguo) edificato romano.

Possiamo dire che anche qui, nello spazio, i nodi sono tre, e anche qui, nello spazio, possiamo leggere in maniera precisa solo il terzo, quello definitivo.

Cosenza vive da quasi di 2.400 anni. In età ellenistica, capitale dei Brettii, fu già nodo importante dei commerci. Fu ricoperta dalla città di epoca romana, mantenendo la sua funzione di nodo viario, tappa della Via Annia Popilia. In età augustea divenne colonia romana.

Vi sono le tracce sparse nell’attuale tessuto urbano: due edifici termali (nei sotterranei di Palazzo Sersale e all’interno di Palazzo Spadafora, negli anni passati restaurato dal Comune nell’ambito del Contratto di Quartiere Santa Lucia); resti di una casa signorile in Piazza Toscano (forse costruita con materiale di epoca precedente); tracce della cinta muraria in opus reticulatum (nei pressi del Convento di S. Francesco di Assisi, su via Messere Andrea, su Lungo Crati, su Vico Martirano, Piazza Toscano). Piazza Toscano è il sito archeologico più consistente, dove le strutture Brettie rimasero in uso anche dopo la conquista dei romani, che utilizzarono solo alcuni degli edifici preesistenti per le loro costruzioni.

La continuità di vita sul colle Pancrazio e la mancanza di ricerca hanno impedito la conoscenza dell’antico impianto. In quello romano, sembra che il cardo abbia avuto un andamento est – ovest e il decumano uno nord – sud. Il Foro, all’incrocio, non è stato localizzato.

È invece facile la lettura successiva, tuttora possibile, ancor più se relazionata alla tipologia edilizia.

La forma urbana di Cosenza è stata condizionata dai due fiumi, il Crati e il suo affluente Busento, con la loro confluenza, e dai suoi sette colli: Triglio, Mussano, Gramazio e Venneri in destra Crati e Guarassano, Torrevetere e Pancrazio in sinistra.

La sua configurazione è data in maniera preminente da colle Pancrazio, anche se interessa parzialmente altri colli. Prendiamo perciò come riferimento il suo asse principale, rappresentato da Corso Telesio (che da Piazza Valdesi porta a Piazza XV Marzo) e un altro asse, Via Gaetano Argento (che dal Duomo/Via Padolisi porta agli Archi di Ciaccio).

Essi ne hanno guidato in pratica l’evoluzione del tessuto urbano, di cui voglio dare una particolare chiave di lettura, ripresa da un’indagine del 1980. È un’indagine dell’Istituto Universitario Statale di Architettura di Reggio Calabria, condotta da Vincenzo Costarelli, Sandro Donato, Domenico Gimigliano e Giuseppe Lonetti, che hanno effettuato l’analisi di alcuni centri storici della Calabria, tra cui Cosenza, attraverso i “tipi edilizi” che ne hanno segnato e seguito lo sviluppo.

Semplificando al massimo, vediamo perché questa lettura, e perché in questa narrazione.

In una città esistono due categorie di edifici: quelli abitativi e quelli “specialistici”. Attenendoci ai primi, essi, pur condizionati dallo sviluppo del proprio contesto, hanno la tendenza a mantenere nel tempo delle costanti costruttive, tipologiche e tecnologiche.

Queste costanti sono anche condizionate, evidentemente, dai numerosi fattori che caratterizzano lo sviluppo di una città, ma ci parlano ugualmente delle abitudini abitative: in altri termini, si determina una sorta di reciproca influenza tra la tipologia edilizia e il modo di abitare, sarebbe meglio dire le abitudini di vita.

Ma questo significa che l’analisi dei tipi edilizi dà indicazioni forti sugli aspetti sociali e culturali, mettendo ancora in connessione narrazione e architettura, il tempo e lo spazio.

Quasi sempre la ripetitività aggregativa dei tipi edilizi documenta un particolare impianto, risolvendo in maniera unitaria il tessuto urbano, il quale si differenzia solo in ragione di una diversa organizzazione associativa.

Ebbene, da questo particolare punto di vista, è possibile distinguere nel tessuto urbano di Cosenza tre articolazioni, tre diversi settori di insediamento (mi pare che questo 3 ritorni troppe volte) i quali sono all’origine del suo impianto e sviluppo:

  1. Quello rivierasco, segnato dai ponti e dagli argini “bassi” (potremmo dire, giusto per richiamare un po’ di storia non solo antica, le zone “alluvionabili”). Lungo Crati, Piazza Valdesi.

Forse è legato in parte all’antica cinta muraria, come sembrano ricordare i resti di opus reticulatum, la postierla e alcuni vicoli.

Qui la tipologia edilizia, salvo qualche eccezione, è abbastanza unitaria e omogenea, in linea, modulare a piccoli moduli, per lo più con una successione di elementi di facciata ripetitivi e spesso costruiti con materiali poveri.

  1. Quello sulle pendici, il più ampio, a mezza costa e alto, si sviluppa in fregio a Corso Telesio e intorno a Via Gaetano Argento.

Qui i moduli sono molto più ampi, anche scanditi da particolari architettonici, a indicare un diverso patrimonio culturale e sociale. Frequenti gli edifici unifamiliari a corte, spesso ricchi di articolazioni, con materiali e tecniche di costruzione più appropriati. Frequenti gli edifici a corte e i giardini. Numerosi i palazzi gentilizi e gli edifici “specialistici”.

  1. Il terzo, quello che dal Duomo scende al Crati fino allo Spirito Santo. La caratteristica principale dei suoi tipi edilizi è quella in linea delle case – bottega a più piani.

Il sistema aggregativo può essere schematizzato con riferimento a tre tipi di “poli” di sviluppo:

  1. Poli di fondovalle (Arenella, Piazza Valdesi);

  2. Poli di mezza costa (il Duomo, Piazza Piccola);

  3. Poli di crinale (Piazza XV Marzo, Archi di Ciaccio)

I sistemi convergono tutti nel nodo primario della Piazza Duomo, con orditi vari: in leggero pendio gli orditi verso il Crati, gli altri di mezzacosta alta (verso il crinale) e di mezzacosta bassa (verso il Crati).

Questa differenziazione porta ad una diversa strutturazione dei tessuti, di tipo incrociato nelle zone rivierasche più pianeggianti e lineari nelle altre, con tipi residenziali a carattere mercantile nelle zone rivierasche (settore1), a carattere gentilizio in quelle verso il crinale (settore 2) e a carattere artigianale in quelle degradanti verso la via del fiume (settore 3).

La città dell’uomo

“D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”: Italo Calvino lo faceva dire, compendiosamente, a Kublai Khan in “Le città invisibili”.

La qualità urbana è definibile come grado di soddisfacimento dei bisogni: la risposta che dà a una tua domanda.

L’uomo senza aggregarsi in un sistema insediativo non sarebbe sopravvissuto perché non era in grado di cacciare e anche perché non era in grado di difendersi dalle avversità del suo mondo ostile, ma prima ancora perché non avrebbe avuto risposta alle sue domande.

La città nasce per soddisfare le esigenze fondamentali dell’uomo quando queste sono diventate complesse perché l’uomo era diventato stanziale.

Gli insediamenti hanno dovuto acquisire caratteristiche, proprietà, requisiti, a ragione dei quali potessero avere dei comportamenti, cioè fornire delle prestazioni atte a rispondere al mutare delle esigenze, determinando così nel tempo forma e funzioni urbane in relazione ad esse.

Ecco perché i “luoghi di memoria” sono narrazione, mentre le periferie urbane sono spesso definite “non luoghi”.

La città è tale solo in funzione dell’uomo: i vicoli, le piazze, le case, gli usi, le tradizioni, le criticità, le piccole storie quotidiane, a Cosenza come altrove, per chi vuole leggere narrano tutto questo.

Il tessuto urbano ci rivela come si è sviluppato conformando i suoi ambiti e le sue strutture in modo da rispondere ai bisogni che tempo per tempo si ponevano.

Potremmo dire in sostanza che Cosenza, come doveva, si è vieppiù migliorata per difendere i suoi cittadini. Forse sarebbe pure tempo che i cittadini migliorino se stessi per difendere Lei ora che ne ha bisogno.

Non fosse altro che per farle riacquistare quella capacità di risposta che pure una volta aveva.

La lettura del tessuto urbano di Cosenza non può essere completa senza un riferimento a quella che oggi si chiamerebbe “architettura bioclimatica”.

Cosenza è una città mediterranea, e di quella tradizione è portatrice, anche, e forse soprattutto, per quanto riguarda la difesa dalle condizioni climatiche. L’organizzazione aggregativa, che dà luogo al tessuto urbano, non può non risentirne, pur con le necessarie differenze.

In realtà nello sviluppo del tessuto urbano di Cosenza, com’è d’uso nelle città mediterranee, il clima è sempre stato un fattore di primaria importanza, attraverso elementi urbani specifici: attenzione all’orientamento, assi di riferimento e di penetrazione, strade strette e tortuose, corti scoperte e giardini interni. Agli elementi urbani si aggiungono, ovviamente, elementi edilizi altrettanto importanti, quali i materiali naturali e le tecniche di costruzione, lo spessore delle pareti, la distribuzione e l’orientamento delle finestre, i loggiati.

La ventilazione nei vicoli e l’insolazione negli slarghi innescano o potenziano moti convettivi d’aria (ventilazione e raffrescamento naturale, ma anche riscaldamento) che possono essere regolati, e comunque sono diversi a seconda delle dimensioni, degli orientamenti e delle distanze tra le pareti degli edifici. Intervengono anche altri fattori, evidentemente, ma basti sapere che la conoscenza del territorio e degli elementi climatici, e la loro gestione equilibrata, concorreva al benessere generale.

Senza contare che le città, e Cosenza tra esse, nell’uso delle risorse si avvalevano sia dell’opera dell’uomo, con le tecniche e gli accorgimenti costruttivi, sia di quella della natura (sole, vento, suolo, acqua, vegetazione).

L’insieme di questi aspetti, e il sapere che ne derivava, contribuiva a determinare le abitudini di vita, i modi dell’abitare e le consuetudini sociali. Gli stessi legami sociali ne erano influenzati (basti pensare alle donne sedute nei vicoli, l’aria condizionata di allora, a parlare o a lavorare in compagnia; alcuni di noi ancora le ricordano).

Sono essi stessi elementi della narrazione.

A scanso di ogni scetticismo sull’importanza di questi fattori così significativi per narrare una città non solo “a misura” d’uomo, ma anche “in funzione” dell’uomo, mi piace ricordare come già i romani ne tenessero conto, attraverso le parole del grande Vitruvio (80/70 – 23 a.C.): “…. Fatto che siasi il giro delle mura, resta a fare di dentro la distribuzione del suolo, e la direzione delle piazze, e dè capi delle strade giusta gli aspetti del cielo (L’orientamento). Saranno ben dirette queste parti, ove sensatamente si penserà ad escludere da capi delle strade i venti, i quali se sono freddi, offendono; se caldi viziano; se umidi, nuocono. Per il che sembra che si debba sfuggire a codesto difetto, e porre mente, che non avvenga quel che suole accadere in molte città” (Vitruvio, De Architectura, versione di Baldassarre Orsini, architetto e storico dell’arte perugino del settecento).